La raccolta delle corolle
Raramente si notano giardinieri intenti a raccogliere i fiori al termine della
fioritura, anche se la pratica non può che portare vantaggi. La pianta
utilizza gran parte delle sue energie per portare a termine la fioritura nella
speranza di riuscire a formare del seme maturo. Se il nostro fine non è
quello della produzione di seme, ma solo il godimento di piante fiorite e
sane, evitiamo ad esse ogni ulteriore sforzo cogliendo i fiori ormai appassiti,
spesso poi, e in misura diversa da specie a specie, si ottiene una nuova produzione
di fiori. Oltretutto ne gioverà anche il lato estetico delle nostre
aiuole sempre pulite e prive di malinconiche corolle.Lavanda da potare
Il nome di questa labiata è già un programma, utile infatti
sia nella cosmesi che in erboristeria è tra le piante più apprezzabili
anche in giardino. La fioritura esuberante, profumata e il fogliame grigio
ne favoriscono l’inserimento in ogni giardino ben esposto al sole, in
siepi e gruppi o nelle varietà contenute come la “munstead”
o la “Hidcote” per formare parterre di grand’effetto. Al
termine della fioritura e soprattutto per gli ibridi alti (lavandini) si ricorra
alla potatura per evitare la crescita eccessiva delle ramificazioni con conseguente
diradamento del fogliame basso. Sempre più spesso infatti si notano
ramificazioni spoglie con appena qualche ciuffo qua e là di foglioline,
frutto di una scorretta manutenzione negli anni. Il taglio si effettua appunto
dopo la fioritura, eliminando le spighette fiorite e gran parte della crescita
dell’anno. La sola spuntatura non è sufficiente a contenere la
rapida crescita della vegetazione nuova, bisogna osare qualcosa di più.
Le cultivar inglesi sopra citate sono invece meno esuberanti e richiedono
una potatura meno aggressiva, ci limiteremo a spuntare le spighette togliendo
anche due o tre centimetri di fogliame nuovo.Irrigazioni estive
Tra i giardinieri ci sono due scuole di pensiero sull’irrigazione estiva.
Tutti però sono d’accordo che bagnare il fogliame e i fiori non
è pratica da condurre liberamente, molto meglio condurre l’acqua
solo e direttamente sul terreno. Alcuni ritengono che apportare acqua al mattino
sia meglio che alla sera e viceversa. Le motivazioni sono diverse, tutte più
o meno valide. Chi ritiene sia meglio alzarsi presto per dare acqua alle benamate
pensa che così si evitino molte malattie dovute al ristagno notturno,
perché il sole del mattino evaporerà prontamente il liquido
in eccesso che eventualmente tenda a ristagnare sotto le chiome, l’umidità
si sa è favorevole a molte crittogame. Altri dedicano questa pratica
al tardo pomeriggio o meglio alla sera quando il sole sta per calare, ipotizzando
che soprattutto in piena estate ci sia bisogno di una gran quantità
d’acqua e solo la durata della notte permette al terreno e alle piante
di immagazzinarne una giusta quantità, senza la “predazione”
solare. La mia esperienza mi fa supporre che non esista una regola valida
per ogni situazione e mi limito ad osservare la tipologia del giardino prima
di decidere quando e come irrigare. Il calore estivo combinato all’acqua
è quasi sempre deleterio, ma ci sono circostanze particolari, come
la buona ventilazione di alcune vallate alpine o sul litorale marino che impediscono
spesso l’insorgere di malattie dovute all’umidità. L’esatto
contrario succede invece nella pianura padana o su ogni altra grande pianura
dove la circolazione dell’aria è minima favorendo il ristagno
atmosferico, il caldo umido e di conseguenza le malattie fungine. Nel primo
caso irrigherei senz’altro alla sera, anche per sfruttare la poca acqua
generalmente disponibile, mentre sulle pianure di mattina presto per sfruttare
gli influssi benefici del sole.
La terrazza all’inglese
Se qualche appassionato avesse osato creare sul proprio
terrazzo ciò che gli anglosassoni svolgono normalmente nei loro giardini,
ovvero un mix di erbe perenni e arbusti, ora si ritroverebbe con una moltitudine
di fioriture che dovrebbero fare i conti con il solleone. Infatti il calore,
dovuto all’esposizione elevata e senza riparo alcuno, minaccia costantemente
il miscuglio di erbacee, alcune già in procinto di “andare a
seme” altre in piena fioritura. Avendo al momento dell’impianto
eseguito con cura una scelta di piante adatte alle condizioni della terrazza,
solo qualche foglia potrà rinsecchire, ma talvolta viene spontaneo
esagerare mettendo in vaso alcune specie che avrebbero dato il meglio solo
in piena terra. Certo non è impossibile coltivare in contenitore anche
Aquilegia o Coreopsis, così come si può tentare con piante decisamente
più propense a stare nel giardino, come: Lychnis calcedonica, Delphinium
o Digitalis. La taglia solitamente fa la differenza, nel senso che è
meglio preferire piante dal portamento compatto e non troppo assurgente, lasciando
ciò che svetta oltre gli 80-90 cm per i bordi misti in piena terra.
Le erbacee perenni alte richiedono solitamente terreni profondi dove affrancare
le proprie radici e potersi così garantire stabilità meccanica
e rifornimento idrico costante. Oltretutto l’esposizione al vento di
molte terrazze non è proprio l’habitat ideale per i “gambi
lunghi”. Migliori risultati si ottengono invece con piante più
compatte e non troppo alte, oppure flessibili sotto la spinta del vento. Piante
con una resistenza garantita alle alte escursioni termiche. D’estate
comunque si deve prestare notevole attenzione alla quantità d’acqua
che giunge alle radici, è facile abbondare o all’opposto dimenticarsi
del tutto (magari per le vacanze) delle perenni, confidando nella loro generale
e proverbiale rusticità. In vaso tutto questo non vale, è l’appassionato
giardiniere che governa e gestisce la sopravvivenza nel delicato periodo estivo.
Regole precise non ci sono: bisogna quotidianamente “tastare”
il terreno alla ricerca di indizi che confermino o meno la presenza di umidità.
Tutto dipende molto dall’esposizione, dalla presenza o meno di nuvole
(anche quella copertura permanente sulla pianura padana), dall’impianto
d’irrigazione e non ultimo della costituzione del terriccio. A lungo
andare si entra in una specie di simbiosi con le piante e basta un’occhiata
per capire se è l’acqua o il concime a mancare…sarà
il mitico “pollice verde” ?
Vacanze montane
Ecco una buona occasione per imparare qualche cosa di
più sulle erbacee perenni: la vacanza in montagna e magari in alta
quota. Alzandoci sul livello del mare e superando i sei-ottocento metri si
entra nella fascia montana, terreno prediletto per la maggior parte delle
mamme, nonne, zie e prozie vegetali di tutto il panorama floricolo a disposizione
oggi dell’appassionato giardiniere. Proprio sui terreni montani vivono
ancora oggi (per fortuna) quasi tutte le specie originarie da cui l’uomo
ha iniziato la lenta e inesorabile opera di selezione delle più belle
piante da giardino, le perenni erbacee appunto. Dove gli ultimi boschi di
conifere lasciano il posto ai pascoli montani ritroveremo vecchie conoscenze
sconosciute ai più, che ritroviamo “migliorate” in alcune
loro caratteristiche in quasi tutti i giardini. Campanula, Saxifraga, Rosa,
Geranium, Alchemilla, Delphinium, Eryngium, Lilium, Veronica, primula, Achillea,
Viola, ecc. sono solo alcuni dei generi più comuni nelle Alpi e sugli
Appennini, alcuni dei quali…Superando la fascia altitudinale dei boschi
sono molte le specie alpine ancora degne d’attenzione per la loro intrinseca
bellezza, alcune vere e proprie piante mito, come: la Gentiana kochiana, l’Eryngium
alpinum e il Leontopodium alpinum. Una raccomandazione inutile per dei veri
appassionati di piante, ma sempre doverosa quando si parla di specie in difficoltà,
anche se non rarissime, ma comunque in lotta per la sopravvivenza: evitate
la raccolta delle specie spontanee nella convinzione che possano rifiorire
nei giardini. Sono piante molto legate al loro ambiente che non si adattano
per nulla alla bassa quota, ai terricci asfittici e al calore. Strappate alla
montagna diventano come uccelli in gabbia che si lasciano miseramente morire
nel giro di qualche settimana. Volendo ricreare nel giardino la bellezza che
in montagna ha riempito gli occhi dell’appassionato giardiniere, si
reperiscono facilmente in commercio dei bellissimi cataloghi di piante adatte
allo scopo. La fioritura dell’Eryngium alpinum “Blu Star”
o amethystinum non ha nulla da invidiare al superbo cugino alpino, con la
capacità non da poco di offrire ai nostri occhi il tipico blu metallico
da giugno a settembre. Anche le genziane potranno trovare una giusta collocazione
nel giardino roccioso o anche solamente nei vasi del davanzale, magari scegliendo
tra le numerose specie in coltivazione. Alcuni esempi: Gentiana dinarica,
dalla fioritura primaverile blu scura, Gentiana clusii, adatta anche ai piccoli
vasi, simile alla selvatica acaulis di un bel blu notte e anch’essa
primaverile, la Gentiana gracilipes, blu porpora e autunnale, perché
inizia a fiorire in agosto e va fino ad ottobre, Gentiana paradoxa “Blu
Herold”, alta anche 40 cm di un bellissimo blu brillante e autunnale
da agosto ad ottobre e per finire la Gentiana septemfida var. lagodechiana,
dai caratteristici fiori blu scuro riuniti in mazzetti alti non più
di 20 cm, da agosto a ottobre. Il vero mito rimane comunque la stella alpina
o Leontopodium alpinum. Purtroppo, di questa pianta, ancora molti turisti
ne fanno strage tutte le estati: ne raccolgono dei mazzetti che poi ammuffiranno
sul portaoggetti dell’auto o raccoglieranno la polvere di qualche scura
entrata di città. Meglio sarebbe farne fiorire qualche bella pianta
sul davanzale, di quelle ormai facilissime da reperire in ogni buon garden
center o nei vivai specializzati. Le forme orticole della specie selvatica,
ben si adattano alla coltivazione in vaso e offrono da maggio ad agosto una
ininterrotta fioritura bianco panna o bianco puro con una tipica lieve peluria
superficiale. Esiste anche una specie dalle dimensioni minute che forma veri
e propri cuscini tappezzanti, si tratta di Lontopodium souliei, dieci centimetri
di fitte stelle alpine per ricordare il cielo terso dell’alta quota.
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