Giardino roccioso: la disposizione delle rocce.
Il fascino del giardino roccioso è dato principalmente da due fattori:
1) la particolarità di forme e colori del grande numero di piante reperibili
nei vivai specializzati
2) la roccia come elemento simbolo della montagna, della rupe e perché
no anche della scogliera.
Viene difficile immaginare un giardino roccioso senza l’utilizzo della
roccia, è lei la vera impalcatura di tutto, la materia di qui sono fatte
le montagne, l’elemento su cui solo le piante più specializzate
riescono a vivere. Nella scelta delle rocce adatte si deve prestare attenzione
al paesaggio circostante e possibilmente utilizzare solo quelle che per forme
e colori sono identiche o simili a quelle del luogo. Si tratta di un criterio
valido sia per questioni estetiche che economiche. Talvolta si vedono bruttissimi
“mucchi di pietre”, magari il solito tufo o della pietra lavica,
là dove sarebbe disponibile del bellissimo granito, dell’arenaria
o del calcare dalle forme fantastiche, nelle cave vicine. Ma quello che più
ancora danneggia l’estetica di un simile giardino è la disposizione
data alle pietre. Il più delle volte sembrano piovute dal cielo, come
se un incubo venuto dallo spazio avesse scelto un soffice cumulo di terra come
obiettivo. Altre volte sono disposte così ordinatamente, in regolari
forme geometriche, da far dimenticare ogni fantastica immagine di rupi sferzate
dal vento o scogliere prominenti sul mare. Nel giardino roccioso si tratta quindi
di svolgere un compito estetico che si avvicini il più possibile alle
forme della natura. Di questo ne sono maestri gli orientali che dal giardino
di ghiaia Zen al Suiseki sanno esaltare le forme della roccia elevandola ad
elemento contemplativo oltre che simbolico. Senza estremizzare fino al punto
di escludere quasi l’uso delle piante, perché in questo sottile
gioco non ne abbiamo (noi occidentali) la formazione culturale adeguata, possiamo
però tentare di far assomigliare un po’ di più anche il
piccolo o piccolissimo giardino roccioso a qualcosa di meno artificiale. Certo
il giardino è per principio artificiale ma quando sa riprendere certe
forme della natura può diventare sublime. Un modello sempre valido è
quello di disporre le rocce come se facessero parte di un affioramento roccioso.
Le pietre progressivamente fuoriescono dal terreno inclinato in “cordoni”,
che come appare in natura non sono quasi mai verticali ma obliqui e solo raramente
orizzontali. Le pietre più piccole iniziano così a mostrarsi appena
oltre la superficie del terreno e sono seguite da altre, in file che al termine
mostreranno le più grandi. Alcuni di questi cordoni rappresentano gli
strati più o meno paralleli visibili soprattutto sulle montagne calcaree,
di gneiss o di arenaria. Discorso diverso merita il granito che spesso si manifesta
in montagna sotto forma di grandi blocchi privi di nicchie e concavità
ma ricco di lunghe fessure. Se i massi sono grossi conviene interrarli per almeno
un terzo dell’altezza così non rischieranno di muoversi con il
tempo. Per primi si mettono i massi più grandi e progressivamente gli
altri cercando di formare anfratti e fessure di varie dimensioni e forme. In
questi punti andremo a collocare tutte le piante che non sopportano l’umidità,
il ristagno d’acqua e nemmeno la neve. Saranno soprattutto saxifraghe,
campanule, androsacee, sedum e semprevivi. Con le rocce disposte in questo modo
si ottengono anche dei “terrazzini” poco inclinati dove si pianteranno
la maggior parte delle piante, che vi troveranno un substrato ricco e profondo
ma comunque ottimamente drenato. Un sottile strato di ghiaia frantumata e sparsa
tra una pianta e l’altra, del tipo o del colore simile alle rocce, concluderà
e impreziosirà il giardino.
Protezioni invernali per le piante da roccia
Sono molti i collezionisti di erbacee alpine da roccia, lo dimostrano le fiere
di giardinaggio in cui sono ospiti fissi i vivai specializzati in questo settore.
Si tratta spesso di piante che mal sopportano l’umidità essendo
originarie di luoghi dove l’altitudine, l’insolazione, il vento
e il freddo creano disidratazione. Quindi si tratta di piante dotate di una
morfologia adatta a resistere questi estremi e il clima umido della pianura
padana mal si concilia con le loro esigenze. Il periodo invernale è il
momento più delicato per loro. Il freddo accompagnato da molta umidità
(nebbia, pioggia) crea un mix favorevole all’insorgere di marciumi (per
es. Botrytis) spesso letali; a contribuire non mancano di solito le foglie che
in questa stagione cadono abbondanti e formano strati umidi. Per gli esemplari
più delicati e preziosi si possono approntare delle semplici protezioni
costituite da lastre di vetro sostenute da telai in legno o supporti in filo
di ferro sagomato. Saxifraga, Androsace, Draba, Lewisia, Dionysia, Raoulia ecc,
sono alcuni dei generi più delicati ma anche quelli che possono dare
più soddisfazioni. Certo è che descriverle come piante delicate
sembra una contraddizione visti gli ambienti estremi da cui derivano.
Trame d’inverno.
La stagione delle pulizie è arrivata, almeno in giardino… Foglie
e ramaglie trasportate dal vento sono uno spettacolo malinconico che non tutti
sopportano per cui mano alla ramazza e al rastrello per ammucchiare, rassettare
e compostare. Anche i bordi misti vanno ripuliti del fogliame secco, ingiallito
e comunque antiestetico, ma vi sono alcune piante che proprio per questo ultimo
motivo dovrebbero essere lasciate intatte. E’ il caso di tutte quelle
che proprio durante l’inverno possono allearsi con la brina, il gelo e
la neve fornendo tessiture, ricami e più in generale aspetti di notevole
interesse. Sono in genere erbacee perenni fornite di steli robusti, anche da
secchi, capaci di sorreggere capsule piene di semi, ombrelle ampie o pennacchi
che muovono al vento. Per esempio gli Echinops, quei bellissimi fiori che d’estate
sono blu metallici, se lasciati seccare sulla pianta al sole virano sul grigio
ma con ancora qualche sfumatura celeste, decorati con la brina invernale aumentano
molto il loro fascino e tengono molto a lungo. I Verbaschi sono notoriamente
robusti e le loro foglie lanuginose sembrano diventare ancora più grigie
con l’effetto del gelo. I fiori delle Astilbe persistono per tutto l’inverno,
anche se diventano marroni, ma sono proprio le varie sfumature dei bruni a rendere
affascinante le corte e fredde giornate. Lo stesso capita alle Achillee veramente
buffe con le soffici palle di neve posate sulle ombrelle o le grosse Echinacea
pungenti che prive dei petali color ciliegia dondolano al vento senza posa.
Le felci invece si adagiano al terreno, dopo appena due o tre forti gelate,
ma diventano gialle e mantengono il ricamo delle foglie e non attendono altro
che il bordo diventi bianco di brina e che il nostro piede le vada a calpestare
senza timore di arrecare danni. Tra tutte le erbacee perenni quelle che però
danno più soddisfazioni nella “veste invernale” sono senz’altro
le graminacee. Tra tutte ricordiamo le grandi Cortaderia selloana che si ostinano
a far svettare i loro pennacchi piumosi quasi fino alla primavera, se la neve
non cade abbondante.
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