La forza del giardino.

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Ogni giardino ha una sua forza, una potenza propria che varia con il variare del compito assegnatole. Ogni giardino ha una dote, quella di cambiare, di trasformare, di reinventare l’individuo. Io preferisco chiamarla “forza” perché si tratta di una vera e propria leva, un mezzo che la natura mette in campo quando si tratta di portare del bene. Se non si trattasse di vera energia, quella impiegata dal giardino/natura per cambiare le cose e gli individui, allora non avrei assistito ai piccoli e grandi fenomeni di cui posso raccontare.

Per esempio è il caso del parco-giardino di Villa Ferrero a Busca (Cn). Un luogo magico, per vari motivi, non da meno la posizione: la villa si erge come una sentinella sulla cittadina sottostante. Dalla corte la vista spazia liberamente su tutta la pianura della grande provincia, fino al torinese, e verso sud ovest lo sguardo è fermato solo dalle alte montagne che fanno da confine con la Francia. Per una provincia tutto sommato freddina (di clima e di carattere), come quella di Cuneo, avere per tutto il giorno il viso al sole in un invidiabile microclima tiepido tutto l’anno, ma mescolato con gli effluvi della montagna più selvaggia, portati dal vento che scende da nord, è una sensazione che in certi giorni è di profondo benessere, di grande complicità con la natura, anche quando i pensieri stanno altrove. Queste furono le mie sensazioni i primi giorni che frequentai Villa Ferrero, subito dopo aver conosciuto Marco Milanese.

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Alcuni anni fa venne da me Marco M. che di mestiere faceva (e fa) l’educatore. Mi parlò a lungo del luogo in cui lavorava, un istituto per disabili mentali, gestito da una cooperativa di ottimi assistenti. Il centro, chiamato Villa Ferrero, era ricavato in una antica villa dotata di parco e “donata” alla cooperativa sociale dal Comune, per ristrutturarla e trasformarla nella casa per i nuovi ed effettivamente “pittoreschi” abitanti.
La richiesta di Marco e dello staff di cui faceva parte era affascinante ma che appena accennata classificai tra me e me come “operazione impossibile”. Però notai una luce particolare negli occhi di Marco e non volli spegnere immediatamente la speranza. Presi un po’ di tempo, poco per la verità, per immaginare un percorso/giardino all’interno del grande parco. Il giardino che sarebbe stato costruito aveva un compito importantissimo: riportare al “contatto” due realtà separate, due umanità che parlavano una lingua diversa. Ma quello che si ottenne superò le aspettative, e da allora ho capito che il giardino può diventare quel grande veicolo adatto a mutare il pensiero.

Villa Ferrero era un tempo la dimora del Cav. Ferrero di Torino. Rimase per lunghi anni nel più completo abbandono: nel bosco crescevano i rovi, i rami rotti dalle copiose nevicate invernali frantumarono i muretti a secco, l’acqua che ruscellava libera dai fossi scavò trincee sui prati, serpi e cinghiali abitavano quella proprietà al confine del bosco e della collina. La proprietà era comunale ma le varie giunte che si susseguirono negli anni non riuscirono mai nel valorizzare la villa e le sue fantastiche potenzialità, o forse non ne capirono il valore, così come purtroppo accade per la quasi totalità della bella Italia. Il terreno e il parco rimasero così aperti alla frequentazione più o meno interessata degli abitanti della ridente cittadina. Vi crescevano numerosi e ottimi porcini e molti risalivano il pendio del bosco alla ricerca dei prelibati funghi, altri vi portavano il cane a scorrazzare, altri ancora vi raccoglievano le more, le giovani coppie vi cercavano l’agreste intimità… ogni abitante aveva un buon motivo per frequentare quell’abbandono.

Ma un giorno alcuni dirigenti della cooperativa sociale “Insieme a Voi” di Busca, passeggiando verso la struttura invasa di erbacce e arbusti selvatici si chiesero del perché di tanta incuria. Detto fatto, a volte è sufficiente iniziare un pensiero benigno, una serie di idee positive per tutti o semplicemente mettere in moto un ragionamento buono per chi è meno fortunato o per l’ambiente e subito la natura intorno diventa amica, emana effluvi favorevoli… crea l’atmosfera perfetta al cambiamento. Mi piace pensarla in questo modo perché ho visto più volte la natura al lavoro e posso garantire che sa farlo discretamente, professionalmente, in modo tremendamente efficace. Infatti Il comune acconsentì alla ristrutturazione dell’intero complesso e all’instaurarsi della nuova comunità. In poco tempo, quella diventò la casa e il luogo di lavoro per molte persone che si caratterizzavano per avere doti particolari, doti “diverse”, anche se il diverso fa spesso paura.
Per alcuni anni la comunità svolse il suo mestiere di assistenza ed educazione, continuando peraltro al completamento dell’opera di pulizia del parco. Furono anche messe a dimora molte piante forestali e mantenuti falciati e in buono stato i prati. Si faceva però sempre più evidente un obiettivo mancato: gli abitanti della cittadina che prima frequentavano liberamente il luogo, avevano smesso di farlo, anche se il portone del viale di accesso alla villa rimase sempre aperto, così come fu deciso dalla cooperativa stessa. Quel posto doveva rimanere accessibile al pubblico, così come lo era stato negli anni passati, ma servì a poco: verso Villa Ferrero non ci andava più nessuno. Servivano i superpoteri di un giardino.
Ideai un percorso che lentamente ma inesorabilmente portasse dall’entrata al cortile della villa, ma senza sfruttare la strada esistente bensì attraversando le macchie di alberi, le radure, i prati, con un percorso fatto di cinque fermate. Cinque giardini legati ai sensi. Con l’aiuto di tutti i componenti della cooperativa più vari volontari, vennero messe a dimora, nell’arco di una stagione, parecchie centinaia di erbacee perenni e numerosi arbusti, rose, alberelli, bambù.

Il primo step, l’entrata del giardino, posta accanto alla vera entrata della proprietà, doveva essere un inganno per chiunque incautamente si avvicinasse a quel luogo. Così come fanno molte piante predatrici o carnivore, il profumo fu la trappola che utilizzai e vennero poste in un grande cerchio numerose varietà di rose profumate inframezzate di acacie e tigli. L’accesso all’interno del cerchio/grembo lo ottenni con una larga pergola rustica in pali di castagno, anch’essa avvolta da caprifogli e rose rampicanti. Pensavo all’anziana signora che ogni sera si faceva accompagnare dal suo pastore tedesco a fare un giro a villa Ferrero ma che non vi posò più il piede da quando l’istituto prese a funzionare. Il profumo delle rose, mescolato alla fragranza del tiglio o al caprifoglio, che in certe sere è stordente, funzionò come rimedio alla paura e la signora con il suo cane tornarono nel prato-roseto alla base del parco. Mi piace pensare all’anziana che annusava tutte quelle rose e al cane che invece contribuiva ad innalzare i livelli di azoto “marcando” il piede di qualche arbusto, come è usanza tra i canidi: forse meno interessato della sua padrona a capire il significato di quel grande cerchio. Mi piace pensare alla stessa signora che ne parlò dopo la preghiera del rosario, alle sue amiche, fuori dalla chiesa. Oppure dal panettiere, mentre infilava le “biove” nel sacchetto di carta:
“ ma lo sa che alla villa hanno piantato cento rose e tutte profumate, le hanno messe in cerchio”.
“Mej che prima quand’ aiera l’erbass”, rispondeva l’infarinato fornaio.

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Una volta presi nella trappola del profumo si ha meno timore nell’affrontare altre persone, anzi la paura diventa desiderio di conoscenza e da li in poi il giardino/sentiero diventa una serie di sorprese, novità che si susseguono ad ogni curva. Dopo il profumo è il giardino del tatto che invita a sentire il mondo con la pelle: la corteccia delle piante o la tomentosità delle pulsatille e poi le foglie flessuose e solleticanti delle graminacee, la peluria vellutata del senecio o del semprevivo dei ragni, ormai allargati nei loro cassoni in legno rialzati, adatti anche a chi si muove in carrozzella.

Ancora qualche svolta e si entra nel giardino del colore dove in primavera le aiuole rosse diventano poi gialle e poi blu e poi bianche. Ogni colore provoca una emozione, ha una sua vibrazione che influisce sullo spirito dell’uomo e lo rende vivace o calmo, felice o arrabbiato, sognante o concreto all’inverosimile. Ogni colore è desiderato più di altri, dipende dal momento stagionale dell’uomo, dai suoi desideri, dal vissuto e dalla visione futura, ma nel giardino del colore li puoi provare tutti e magari si cambia idea perché non sapevi quanto è bello il bianco che pensavi inutile o il rosso che credevi fatto solo per gli iracondi.

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Appena più su il percorso entra nel giardino del suono. Sei quasi arrivato e sono il fremere dei bambù di un piccolo labirinto a dirti che la natura parla, anche quando tutto pare tacere, ti parla con parole che muovono corde antiche che sciolgono la tensione se mai ne è rimasta. La natura che entra nelle orecchie è un massaggio per la mente, come se dentro la testa entrassero due mani lievi a darti carezze e felicità. In fondo l’uomo è semplice se ha soddisfatta la pancia e non ha freddo o troppo caldo, se nessuna malattia grave disturba la quiete, questo essere fantastico e tanto poco simile agli altri animali quanto identico a loro nel cercare la libertà di un respiro fuori dalle mura, un suono nel bosco, lungo un fiume, un profumo, un colore. La ricetta sublime che ogni cuoco vorrebbe avere nel piatto e fatta di poche cose, ben dosate, sincere, naturali.

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Infine il gusto, ovvero l’orto-frutteto, che arriva al termine di una passeggiata di 700 mt. Una salita lieve per dare l’impressione di aver conquistato l’eremo, ma senza fatica perché le soste hanno dato tempo al corpo e alla mente di capire che la natura è sempre benigna se hai tempo per conoscerla. Il gusto quindi è l’ultimo dei 5 giardini, uno spazio d’orto e frutti coltivati dai ragazzi che lavorano e sono ospitati dalla casa della cooperativa. Una vecchia e lunga terrazza di cui era fatto parte del parco, uno spazio stretto e lungo tra caldi muretti a secco, rivolto a sud per gioire del sole e farne verdure e frutti appesi dolci e succosi. Qui si è tra le piante e i nuovi abitati, con la propria fragilità o durezza, con le proprie difficoltà o talenti infiniti, nessuno giudica e nessuno commenta: solo le mani, stringendosi, danno ragione al giardino, che ha ottenuto quello che voleva, con la forza che si è dato, quella della natura.

By Maurizio Zarpellon

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